Salut, Villeneuve. 31 anni dopo Zolder

Ho cominciato a seguire la Formula1 in un momento di passaggio, esattamente a metà degli anni ’90. Era finita l’era d’oro degli anni ’80 e già Michael Schumacher aveva inaugurato la sua epopea. Si era conclusa (e per fortuna) anche l’era delle tragedie. Non le ho vissute in diretta.

Ma c’è un personaggio che mi è entrato nel cuore, pur soltato attraverso le immagini di una vecchia VHS dedicata ai miti del Cavallino Rampante. E’ Gilles Villeneuve. Ammiravo e ammiro il suo essere stato sempre impulsivo, eccessivo, rocambolesco, “de core”, molto più italico che canadese nel temperamento, come oggi nessun pilota è più (tranne, ogni tanto, Lewis Hamilton). E puoi non aver vinto neanche mondiale, ma entri nel mito quando sei capace di simili imprese… (RADIOCRONACA ORIGINALE IN ITALIANO, ecco l’altro miracolo)

Io l’8 maggio del ’82 non c’ero (neanche nella mente del Padreterno). Ma a tante persone la drammatica fine di Gilles Villeneuve ha davvero cambiato la vita. O quantomeno le scelte.

Poichè sulle commemorazioni formali sono scarsa, e sui coccodrilli anche di più, ricorderò il trauma che la scomparsa di Gilles Villeneuve provocò nel cuore dei suoi milioni di tifosi, attraverso il racconto personale che Alessio Caspanello, alias @ilcaspa (su Twitter), alias piccolo Bop, ha pubblicato sul suo blog personale lo scorso anno in occasione del trentennale della morte di Gilles, e oggi su CalcioTime, a questo link –> http://www.calciotime.com/polvere-di-stelle/item/1482-salut-gilles

(ringrazio la redazione di CalcioTime e il caro Alessio per avermi concesso la possibilità di pubblicare il post)

————————————————————————————————————————-

Salut, Gilles

Poi ti accorgi che basta un attimo. Un attimo di incomprensione, un errore di calcolo, uno sbadiglio del tuo angelo custode. Un attimo, e Gilles Villeneuve vola per l’ultima volta.

Era un sabato di trent’anni fa esatti, e il giorno dopo avrei preso la prima comunione. Il piccolo Bop sarebbe entrato con consapevolezza nelle grazie di Dio, il giorno dopo. E a causa dei festeggiamenti si sarebbe perso il gran premio di Zolder, in Belgio, che già questo non era il migliore degli inizi che potesse avere, l’amicizia tra Bop e Dio sancita dalla comunione. Evvabbè. Zolder, quel gran premio, sarebbe stato uno snodo cruciale della stagione. Perchè Gilles Villeneuve, “l’aviatore”, il pilota per il quale Bop a sette anni, per Natale, come regalo aveva preteso l’abbonamento ad Autosrint (e la sosta all’edicola ogni mercoledi mattina per acquistare Rombo, settimanale più sbarazzino e concorrente di Autosprint all’epoca), Villeneuve a quel gran premio ci sarebbe arrivato con la furia di Wolverine, che combinazione era canadese anche lui. Per vendicare uno sgarro di quelli imperdonabili. Un attimo di incomprensione, un errore di calcolo anche quello. Ad Imola, nel gran premio precedente, il suo compagno di squadra, Didier Pironi, ignora il cartello “slow”, esposto dal muretto, interpretandolo come un invito alla prudenza, visto che le Ferrari 126 c2 sua e di Villeneuve stavano sufficientemente facendo il culo alle altre, poche, vetture in pista, e non, come sarebbe stato più opportuno, come “restate lì dove siete, Villeneuve primo e Pironi secondo, e non fate cazzate fino all’arrivo”.

Lo interpreta un po’ a cazzo, come gli fa più comodo, e Villeneuve se la lega al dito. Bella forte, se la lega. E infatti, il suo intendimento, nel gran premio successivo, quello di Zolder di quel brumoso otto maggio del 1982, era quello di disintegrarlo, Didier Pironi. Solo che il destino si mette sempre a fare lo stronzo nei momenti meno opportuni, e le prove per Villeneuve sono devastate da una lunga serie di disagi alla vettura ed errori nei tempi d’uscita in pista, trafficata come nemmeno il corso Cavour alle otto e venti di mattina.

Anche quello, un attimo di incomprensione, un errore di calcolo.

Non manca che una manciata di minuti alla fine delle prove, e quel nome lì, Didier Pironi, lì in alto nella griglia di partenza, a Villeneuve fa bollire il sangue. E quindi la decisione, si monta l’ultimo treno di pneumatici da qualifica e si fa il giro secco, quello alla morte, quello ad acceleratore premuto fino a bucare la scocca, quello del contagiri in perenne zona rossa, quello da sinapsi chiuse. Quello in cui Villeneuve era, e sarà per sempre, maestro inarrivabile. Quando Gilles Villeneuve esce dai box, non sa ancora che il gesto di abbassare la visiera sugli occhi iniettati di sangue sarà l’ultimo gesto che chi lo ha amato gli vedrà mai più compiere.

Il sei cilindri turbo della Ferrari 126 c2 ulula, il telaio, per la prima volta nella storia della Ferrari in monoscocca, si contorce e fa fatica a tenere in strada quella vettura alla quale Gilles Villeneuve chiede la vita. In qualche modo, però, tutto tiene, e il giro è di quelli che vale un gran balzo in griglia. Davanti a Didier Pironi. Prima di Didier Pironi.

 vill gilles

Piove, nella città ventosa.

Piove e Bop si prepara per andare in chiesa per la confessione e le ultime istruzioni prima del giorno del congiungimento con Dio. Piove, mentre Bop si veste da ometto e imprecherebbe volentieri per via del fatto che a quell’epoca le prove dei gran premi in televisione non le trasmettevano. Imprecherebbe, ma la sopravvenuta esigenza di essere nella grazia di Dio per l’indomani lo fa soprassedere. Alle tre bisogna essere  in chiesa, sono le due e qualcosa, non c’è fretta, ma piove, quindi il culo è meglio muoverlo, che non ci si mette niente a fare tardi all’appuntamento coi prodromi della grazia di Dio.

Un attimo di incomprensione, un errore di calcolo ed ecco che ci si presenta al cospetto dell’altare già in ritardo, prima ancora di essersi comunicato con Dio. Piove.

Sono le due e qualcosa di sabato otto maggio 1982.

 

Papà Bop entra preoccupato nella stanzetta di Bop. La voce è quella delle cattive notizie. La stessa, uguale uguale, a quella che aveva annunciato, quando Bop aveva quattro anni e tifava Niki Lauda, che Lauda aveva avuto un  brutto incidente al Nurburgring.

“Villeneuve ha avuto un incidente”, spiega papà Bop con la voce bassa ma ferma delle occasioni tragiche. Tragiche, non drammatiche, che la maestra di Bop, laureata in lettere classiche, alla classe di Bop aveva spiegato chiaramente la differenza tra dramma e tragedia. E Bop ne aveva tratto la spicciola conclusione che è tragedia quando qualcuno muore.

Gilles Villeneuve viaggia come un treno verso la pole position, quando a meno di dieci minuti dalla fine delle prove, sulla traiettoria di una curva importante, di quelle dove si fa il tempo, incontra la March di Jochen Mass, uno dei tanti che corre in formula uno solo per riempire le griglie. Torna ai box, Jochen Mass, e non ha nessuna fretta. Pascola per la pista, diciamo. Villeneuve arriva come un nibbio, a velocità prossima a quella della luce. In un lampo, decide che la traiettoria ideale è quella occupata da quella cazzo di March, e che bisogna passare all’esterno; nessun problema, non per uno che ha già ampiamente dimostrato, in passato, che quel piede destro calcato a pressione sull’acceleratore può modificare le leggi della fisica, in particolare la legge che regola la forza centrifuga. Senonchè, Jochen Mass guarda nello specchietto della sua March che procede per la pista alla velocità di una Fiat 850 con un ottuagenario alla guida. E siccome Jochen Mass è amico di Villeneuve, tenta di lasciargli la traiettoria ideale. E si sposta.

Un attimo di incomprensione, un errore di calcolo, uno sbadiglio del tuo angelo custode. Un attimo, e Gilles Villeneuve vola per l’ultima volta.

La ruota anteriore sinistra della Ferrari si impenna sulla posteriore destra della March, la 126 c2 decolla, poi atterra, poi decolla di nuovo, poi si ferma settanta metri più avanti, disintegrata. Villeneuve non c’è. E’ trenta metri più in là, addosso alle reti, ancora imbragato al sedile dell’auto, divelto dal telaio dalla furia dell’energia cinetica sprigionata dalla Ferrari impazzita e distrutta. La fisica dà, la fisica toglie. E siccome Villeneuve le nove vite che aveva a disposizione le aveva esaurite ad Imola, un anno e mezzo prima, il destino, sulla sua traiettoria di volo, ha messo uno dei paletti che delimitano le recinzioni della pista. Gilles Villeneuve ci atterra preciso addosso, col collo. E si frantuma due vertebre. E, di fatto, chiude gli occhi per sempre.

 Gilles-Villeneuve-Unfall-GP-Belgien-Zolder-1982-Ferrari-19-fotoshowImageNew-fe0de763-592814

“Villeneuve ha avuto un incidente, ed è grave”, dice papà Bop. “Grave quanto?”, domanda Bop, presumibilmente. E, altrettanto presumibilmente, papà Bop lo avrà abbracciato. Perchè certe cose è meglio dirle con un abbraccio e trasmetterle con l’empatia piuttosto che blaterare qualche parola bugiarda come una carta da sette euro. E il pensiero di Bop va immediatamente a Jacques e Melanie, i figli di Gilles Villeneuve che, come Bop orgogliosamente aveva appreso la settimana prima, avrebbero stretto un’alleanza con Dio esattamente lo stesso giorno in cui l’avrebbe stretta Bop. Una di quelle cose che ti sanno di predestinazione, quando hai nove anni.

Fuori piove, è un sabato di maggio del 1982, tra meno di venti ore Bop prenderà la prima comunione e Gilles Villeneuve ha appena concluso il suo ultimo volo, quello finale, quello definitivo, quello che da pilota veloce, scavezzacollo e amato ed odiato allo stesso modo, lo consegnerà definitivamente alla leggenda.

In televisione, Mario Poltronieri parla dell’accaduto col distacco elegante e professionale dei cronisti dell’epoca, rocciosi ed inamovibili esteti dell’attimo, così diversi dai supereccitati sparasuperlativi di oggi, sempre in iperventilazione, sempre sopra le righe che a non conoscerli li si penserebbe tutti sotto cocaina duri. Villeneuve è grave, ma non è morto. In ospedale stanno tentando di rianimarlo. C’è una speranza, considera Bop durante il tragitto verso la chiesa, guardando fuori dal finestrino martoriato dalle gocce di pioggia. Lì in chiesa c’è il suo amichetto Marco, anche lui fulminatissimo per i motori, col padre che ha una concessionaria Lancia e che, un giorno, avendo una 037 da corsa in esposizione, li carica in macchina e si spara dieci km di tornanti coi bambini stretti al sedile del passeggero cogli occhi che sparavano stelle. “Hai sentito di Gilles?” Si, ho sentito”. Fine della discussione, che a nove anni la morte la si cerca di esorcizzare anche così, senza lacrime, facendo finta che non esista. 

E’ di fronte al confessionale che Bop stringe un patto con Dio, che l’aspetta a braccia aperte per l’indomani.

 

Non farlo morire. Non farlo morire proprio oggi che i suoi figli stanno per consacrarsi a te. Non è giusto, non vedi? Non capisci? Non farlo morire tu che puoi tutto. Non farlo morire. Per favore. Non farlo morire.

 

Il cuore di Gilles Villeneuve, spinto a funzionare da macchinari che hanno tentato di negare l’ineluttabilità della morte, ha smesso di battere poco prima delle dieci di sera. C’era Fntastico, in tv o qualche altra troiata simile. E la interrompono per comunicare la morte di Gilles Villeneuve, pilota della Ferrari, uomo coi coglioni più trigonometrici della storia delle corse a motore.

 

Dio non ha mantenuto il suo patto. Dio non ha ascoltato Bop inginocchiato nel confessionale, o accanto all’altare, o dovunque cazzo fosse Bop quando ha chiesto di non far morire Gilles Villeneuve, non quel giorno, non in quel modo infame, non coi figli lontani 500 km, anch’essi vestiti a festa, anch’essi pronti per la prima comunione. 

Niente prima comunione per loro, niente prima comunione nemmeno per il piccolo Bop, considera il piccolo Bop. Segue una nottata di psicodrammi, una nottata di drammatici siparietti tra mamma e papà Bop (“Tuo figlio è uno stronzo”, “Ah, quando fa cazzate è mio figlio, adesso…”), una nottata di risentimento covato che esploderà qualche anno dopo con vette di blasfemia sconosciute all’uomo ed un generale rifiuto di tutto ciò che anche minimamente riguarda la religione. Una nottata in cui la testardaggine di Bop alla fine vince.

Niente prima comunione l’indomani. Perchè i patti vanno rispettati.

Anche se sei Dio.

Soprattutto se sei Dio.

ferrari 27 gilles 

Oggi, trent’anni dopo la sua morte, Gilles Villeneuve è ancora una leggenda inarrivabile, eguagliata forse solo da quella di Ayrton Senna, simboli diversi di epoche che non ci sono più, di foto sgranate, di pellicole sgranate, di odore di olio bruciato, di imprese d’altri tempi e coglioni di ghiaccio.

Un’epoca di uomini il cui destino si scriveva in un attimo di incomprensione, un errore di calcolo, uno sbadiglio del tuo angelo custode.

villeneuve 

Salut, Gilles.

Non smettere di buttarla di traverso, là, sulle nuvole del paradiso.

Esattamente come hai fatto quella volta, a Digione, nel 1979.

————————————————————————————————————————-

L’originale di questo post lo trovate qui